"Traccia", di Luciano Allegra

20/11/2008

Cosenza

portale 08

 

Quasi una trentina di anni fa, su una delle più importanti riviste storiche italiane, "Quaderni Storici", usciva, a firma di due fra i migliori storici europei, Carlo Ginzburg e Carlo Poni, un articolo dal titolo piuttosto curioso: Il nome e il come. Si trattava di un brevissimo articolo, neanche una quindicina di pagine, destinato a riscuotere una grande fortuna, perché venne fin da subito riconosciuto come manifesto di un nuovo modo di far storia, un modo che negli anni seguenti avrebbe mutato i paradigmi della disciplina. In esso si partiva da una constatazione decisamente estranea ai sofisticati discorsi sui metodi e le tecniche di indagine storica. Il punto di partenza dei due autori era tutt'altro: riguardava la valorizzazione di uno dei maggiori tesori culturali del nostro paese: i suoi archivi. L'Italia possiede un patrimonio archivistico straordinario, dovuto alla sovrapposizione di molteplici istituzioni, da quelle statali a quelle comunali, da quelle ecclesiastiche a quelle signorili, da quelle feudali a quelle di natura privata. Non solo: questa ricchezza è giunta fino a noi grazie alla contenuta dispersione dei fondi, là dove altri paesi, molto più pesantemente di noi colpiti dalle vicende belliche, hanno assistito alla irrimediabile distruzione di buona parte della loro memoria storica. Per sfruttare al meglio, e in modo nuovo, questa preziosa risorsa, Ginzburg e Poni proponevano di connettere insieme tutte le informazioni che è possibile rintracciare sulle persone. Proponevano in altri termini di ricostruire la vita degli individui, non dei grandi personaggi ma degli sconosciuti, inseguendo le loro tracce in tutte le catene documentarie possibili, dalle registrazioni dei matrimoni ai protocolli notarili, dagli atti criminali ai registri delle imposte, dai censimenti alle liste di leva. Lo scopo non era solo quello di raccogliere il maggior numero possibile di informazioni per ricostruire dei percorsi biografici, ma anche di cogliere la natura e il funzionamento delle istituzioni che via via, per un motivo o per l'altro, avevano ritenuto opportuno registrare le tracce di un individuo. Le nostre tracce, nella documentazione, non sono dei puri accidenti: dietro ogni registrazione dei nostri nomi c'è infatti una logica precisa. Non solo: spesso le logiche sono in contrasto fra loro, per cui ci può capitare di trovare informazioni contrastanti su una persona o su un avvenimento: in ogni caso queste informazioni ci permettono anche di risalire ai meccanismi di funzionamento delle varie istituzioni e capirne l'essenza.

 

Ma torniamo al nome. Il nome diventava, nella proposta di Ginzburg e Poni il vero e proprio filo rosso di una storia sconosciuta e inesplorata, affascinante e difficile, quanto ancora tutta da costruire. Seguire le persone dunque. Ma quali persone e perché? I due autori raccoglievano qui l'eredità di quasi mezzo secolo di studi nel quale le basi stesse della disciplina storica erano state radicalmente rivoluzionate, tanto nei metodi quanto negli obbiettivi. La vecchia storia dei re, dei papi, delle principesse e degli imperatori era stata sostituita dall'interesse per la gente comune, per i suoi atteggiamenti, i suoi modi di sentire, i suoi comportamenti. Non più trattati, paci, avvenimenti diplomatici, ma modi di produzione, diete alimentari, sistemi di trasmissione della proprietà, strategie matrimoniali, e poi, ancora, i diversi atteggiamenti di fronte alla vita e alla morte, alla religione e all'amore, al piacere e al dolore. Questa rivoluzione storiografica portava però intrinsecamente un limite pesante, che in un certo senso snaturava il principio di base della storia: quello della narrazione. Soprattutto della narrazione di storie. Per quanto raffinate e innovative, le ricerche di storia condotte con i nuovi metodi, e soprattutto quelle di storia sociale, ci mostravano una folla anonima, dei "personaggi" collettivi e non delle persone in carne e ossa, un unum sentire e non le voci dei singoli. Si era in altri termini perso il gusto del particolare, del racconto biografico, perfino del dettaglio irrilevante ma curioso, della narrazione insomma, ciò che apparenta storiografia e letteratura e avvince il lettore. Con la loro proposta, Ginzburg e Poni invitavano di nuovo al gusto della narrazione, ma della narrazione della vita di gente sconosciuta; non dei soliti noti. Sconosciuta, non passata alla storia, non significa ovviamente meno rilevante. La questione che già si era posta nell'antichità classica, "Chi costruì Tebe dalle sette mura?", l'imperatore che diede l'ordine o chi portò le pietre sulle spalle?, un dilemma che ha una sola risposta - tutti e due - veniva questa volta risolta a favore dei muratori e dei facchini. Non più però come folla anonima, ma come persone da far rivivere nella loro individualità, nelle loro scelte quotidiane, alle prese con le difficoltà e le gioie dell'esistenza.

 

E veniamo ora al "come". Come scrivere questa nuova storia? ovvero in base a quali fonti e, soprattutto, come usare le fonti che si veniva via via scoprendo? A gente povera sembravano meglio corrispondere fonti povere, non povere di dati, ma solo apparentemente povere perché monotone, ripetitive, spesso fredde e poco eloquenti. Ma era lì che si potevano finalmente ritrovare le tracce di tutti, della gran massa delle persone che ci hanno preceduto e che non hanno potuto lasciare traccia diretta di sé, per il semplice fatto che non erano in grado di farlo a causa del loro analfabetismo. Dove trovarle? nei registri parrocchiali, negli atti dei notai, nelle consegne della popolazione, nell'anagrafe civile dei comuni. Si tratta, il più delle volte, di indizi scarni, appunto nome e cognome e poco di più, ma, a saperli usare, quegli indizi si rivelano quanto mai preziosi. Trovare ad esempio, in un contratto di vendita, un contadino povero che cede un suo piccolo appezzamento e scoprire che, due anni dopo, lo stesso contadino costituisce alla figlia da maritare una dote che press'a poco equivale al ricavato della vendita di quella pezza la dice lunga sulle sue scelte, sui rapporti genitori-figli in quella società, sui livelli di ricchezza, sulle relazioni affettive e le regole del mercato. Così come trovare le tracce di un individuo nei libri parrocchiali, ad esempio la data del suo matrimonio, e poi provare a inseguirne le vicende sugli stessi libri, per vedere se in seguito gli sono nati dei figli, e quanti, e quanti gliene sono morti, e a che età: insomma ricostruire la storia di quella famiglia ancora una volta ci fornisce un tesoro di informazioni, e non solo su quella specifica famiglia, ma sulla società nella quale viveva, sulla speranza di vita dei suoi membri, sulle relazioni sessuali, sulle pratiche riproduttive e sulle manifestazioni affettive. E l'operazione diventa ancor più interessante quando lo storico riesce ad accumulare tutti questi brandelli, tutte queste biografie, magari spezzettate, segmentate e incomplete, e ne compone un ritratto di gruppo, una fotografia collettiva. Ecco che allora quella frammentazione, l'apparente irrilevanza della minuta, insignificante biografia individuale di un bracciante, o della famiglia di un massaro, diventano i tasselli di un quadro d'insieme, di una società colta finalmente attraverso la vita vissuta dei suoi membri, e non attraverso gli sguardi compiacenti e paternalistici degli intellettuali, amministratori, uomini politici, folkloristi che di tanto in tanto si degnavano di descriverla di passata, fra una considerazione moralistica e l'altra.

 

Il nome, dunque, e il come. Come anzitutto usare queste fonti povere? che cosa ricavarne? ogni tipologia di fonti, naturalmente, presenza le sue peculiarità e richiede tecniche di spoglio e di analisi appropriate. Le fonti parrocchiali ad esempio hanno dato luogo a ricerche molto raffinate, tanto di storia demografica quanto di storia della famiglia, uno dei settori di punta della storiografia internazionale degli ultimi trent'anni. Attraverso queste ricerche, si è venuta a poco a poco elaborando e affinando una precisa metodologia di indagine, ora diventata standard. Per altri tipi di fonti, invece, non si è ancora giunti a questa standardizzazione degli usi e delle metodologie di analisi. Una di esse è senza dubbio quella rappresentata dallo stato civile della popolazione, una documentazione che in genere risale al periodo napoleonico, quando i francesi estesero ai territori occupati in Italia la rilevazione civile, messa cioè in atto dalle amministrazioni pubbliche, degli eventi demografici di base degli individui: nascita, matrimonio e morte. Non soltanto non è stata approntata una precisa metodologia di approccio e uso di queste fonti, ma purtroppo queste stesse fonti sono rimaste largamente sottoutilizzate e non si sono incarnate, se non in pochi casi, nessuno in Italia, in studi di grande spessore storiografico. Eppure questa documentazione appare straordinariamente ricca, nonostante lo scarso fascino che essa sembra possedere, perché dopotutto, si pensa, non si tratta che di pedisseque registrazioni di bambini nati, di morti, di matrimoni celebrati, buoni tutt'al più ogni qual volta, oggi, ci serve un certificato. A questi, poi, vanno aggiunti documenti apparentemente altrettanto "inutili": le liste di leva con i dati dei coscritti. Insomma, a uno sguardo superficiale, niente di più noioso e ripetitivo. Perché dunque questo materiale archivistico dovrebbe avere valore e utilità per gli storici? Addirittura, perché farne oggetto di una codificazione elettronica, come è stato fatto nel progetto di cui oggi noi celebriamo la messa a punto e l'esecuzione? E perché sono state investite risorse pubbliche in questo progetto? Ne avremo o no una ricaduta?

 

Sull'utilità di avere a disposizione banche-dati ormai si è raggiunto un accordo universalmente condiviso: la nostra vita sarebbe oggi impensabile, o per lo meno molto complicata, se non esistessero: lo sappiamo ogni qual volta ci rechiamo in un ufficio postale, in una banca, o anche solo al supermercato. Ci piaccia o no, il nostro mondo si basa, e si baserà sempre più, sulla computerizzazione delle informazioni. Ma in questo caso ci troviamo di fronte a un tipo di dati che non sembra tornarci direttamente utile: il progetto di cui parliamo ha infatti raccolto e trascritto in formato elettronico dati lontani nel tempo, risalenti ormai a due secoli fa. È ovvio pertanto che, quando parliamo di utilità, di ricaduta di questo progetto, non possiamo che parlare in termini di conoscenza del passato e di cultura in senso lato. Ma quale conoscenza del passato possono fornirci questi dati? La prima opportunità si riconnette direttamente a quanto si diceva all'inizio a proposito del nome e del come. Allo storico che insegue delle persone, che ne è sulle tracce, contare su un database che rapidamente gli consente di sapere se quelle persone sono realmente esistite, e quando, e dove, risulta prezioso. Non solo perché gli fa risparmiare un tempo incommensurabile, ma soprattutto perché gli permette di portare avanti ricerche che altrimenti sarebbero impossibili da condurre. Vorrei fare un solo esempio a questo proposito. Se io sto cercando informazioni su una persona di cui conosco solo il luogo e la data di morte, poniamo, Rossano, 15 maggio 1862, e non la trovo, perché lo stato civile cartaceo di Rossano non registra nessun altro evento relativa a quella persona, come faccio? Non posso che arrendermi e rinunciare. Ma se una database centralizzato come quello che è stato qui realizzato mi informa che la persona in questione è nata a Paola, si è sposata a Cosenza e magari ha avuto tre figli a Castiglione, ecco che non solo io sono in grado di tracciarne un breve profilo, ma so anche dove andare a cercare se necessito di ulteriori informazioni. Si dirà: tutto qui? si spendono soldi solo per fornire l'opportunità, a qualche storico locale, di condurre a termine le sue ricerchine del tutto insipienti e irrilevanti? e magari relative a persone che poco hanno a che fare col respiro della grande storia? la risposta è naturalmente: no. La potenzialità di una banca dati come questa è infinitamente maggiore.

 

La storiografia del Novecento, soprattutto a partire dagli anni venti, è rimasta sempre più contaminata dalle scienze sociali: l'economia, la statistica, la sociologia, l'antropologia. Questa contaminazione è stata molto feconda, perché ha contribuito in misura enorme a quella rivoluzione del modo di far storia cui abbiamo accennato. I linguaggi, le tecniche, i metodi si sono mescolati; ma soprattutto si sono intersecate le domande da porre alle fonti e i problemi da affrontare. È stato così che aspetti prima insondati dalla storiografia sono diventati oggetto di analisi privilegiata da parte degli storici, che ne hanno compreso la crucialità anche relativamente alle società del passato. Per comprenderne a fondo i meccanismi e la struttura, re e battaglie non servono. Servono molto di più altri aspetti e altre categorie interpretative: dall'analfabetismo alla struttura occupazionale, dalla dimensione dei nuclei familiari alla mobilità sociale, dall'età in cui ci si sposa agli spostamenti geografici degli individui. Può un'anagrafe informatizzata del passato soccorrerci nella risoluzione di questi problemi? La risposta è che quei problemi non potrebbero neppure essere scandagliati se non si disponesse di fonti come queste, tanto più se, appunto, in formato elettronico.

 

Il database si presenta proprio come un foglio elettronico distribuito su tre campi: uno relativo al nome, e altri due al tesauro di professioni e toponimi, ovvero i nomi delle località. Noi dunque possiamo, con facilità, rintracciare e accumulare informazioni non solo su singoli individui, o su specifiche famiglie, o addirittura su interi paesi, ma anche disporre queste informazioni in sequenze e conoscere, misurare i movimenti di popolazione, la dimensione dei nuclei familiari, il ventaglio di professioni in una data comunità, il tasso di mortalità della popolazione. Possiamo ad esempio capire se le dinamiche demografiche e le strategie familiari dipendevano, e in quale misura, dallo status sociale e dal genere delle persone. Possiamo finalmente porci domande del tipo:

 

  1. I contadini si sposavano prima dei braccianti?
  2. Avevano più o meno figli dei professionisti?
  3. Morivano prima o dopo degli altri?

 

E ancora:

 

  1. Quale peso avevano le differenze di sesso nell'accesso al mercato del lavoro?
  2. E come si riverberavano queste ultime sui comportamenti demografici?

 

Ma non solo. Se incrociamo tra loro tutte le variabili in gioco - età, sesso, professione, luogo di residenza, mobilità territoriale -, le domande si moltiplicano in misura esponenziale, permettendoci di penetrare a fondo nei meccanismi più intimi delle società del passato: in una parola, di comprendere veramente come erano fatte e come funzionavano.

 

Vorrei a questo proposito illustrare una delle virtualità più promettenti che uno stato civile informatizzato offre allo storico. Anzi, che solo lo stato civile offre, grazie alla combinazione unica di dati che vi sono contenuti. Mi riferisco a due settori di punti dell'evoluzione recente nel campo delle scienze sociali: e cioè lo studio della mobilità sociale di una popolazione e quello, correlato, delle strategie matrimoniali dei suoi membri. Per affrontare e comprendere questi due aspetti, fondamentali anche nelle società del passato, possiamo procedere solo in un modo: usando lo stato civile e applicando il metodo del nome e del come proposto da Ginzburg e Poni. La mobilità sociale è un indicatore potente del grado di apertura di una società e della distribuzione delle opportunità: in una parola, del grado di uguaglianza o disparità sociale. Per misurarla occorre mettere a confronto le posizioni lavorative dei membri di una generazione con quelle della generazione successiva. In parole povere, le professioni e i mestieri dei padri con quelli dei figli. Quanti figli scendono lungo la scala sociale e quanti la risalgono? E quanti sono destinati a rimanere allo stesso posto? In buona sostanza, quanti sono quelli che svolgono lo stesso mestiere dei padri e quanti invece quelli che hanno afferrato una chance e sono saliti più in alto? e quanto in alto? oppure sono addirittura scesi in basso, decaduti? Lo stesso discorso vale per le scelte matrimoniali. Qual è il tasso di endogamia di una società, cioè la propensione a sposarsi fra pari, contadini con contadine, figli di professionisti con figlie di professionisti, figlie di commercianti con figli di commercianti? quanto sono invece quelle che coronano il sogno, il mito di Cenerentola, e sposano il principe azzurro? Ecco, lo stato civile ci permette di misurare tutto questo. Gli atti di matrimonio sono in genere corredati con le indicazioni della condizione professionale di entrambi gli sposi e quella dei rispettivi genitori. Così, noi abbiamo immediatamente sotto gli occhi, fotografata, una situazione che condensa il successo o l'insuccesso di una vita, di più vite, e che ci dice anche molto sulle caratteristiche di quella società.

 

Gli esempi si potrebbero moltiplicare, ma porterebbero tutti acqua allo stesso mulino: confermerebbero cioè che lavori di archiviazione come questi non sono affatto operazioni autoreferenziali, da archivisti per archivisti, destinate a rimanere inutilizzate in qualche server. Esse offrono agli storici la possibilità, talvolta unica, di fare luce su aspetti del passato altrimenti inattingibili, e soprattutto su aspetti non secondari, che costituiscono le fondamenta di base di ogni aggregato umano. Sono lavori che andrebbero generalizzati, ma sappiamo che richiedono molte risorse e il momento non è propizio. In ogni caso, l'esperienza avviata oggi dall'archivio di Cosenza rappresenta un esperimento pilota al quale sarà utile, anzi necessario, ispirarsi quando più avanti, si spera, le condizioni economiche consentiranno di reinvestire nel maggior tesoro che possiede il nostro Paese: i suoi giacimenti culturali.

 

Luciano Allegra